Sergio Martino tra commedia e thriller alla Casa del Cinema di Roma

SERGIO MARTINO: RASSEGNA DEI SUOI FILM ALLA CASA DEL CINEMA DI ROMA

Dalla commedia al genere erotico, dal poliziesco all’italiana al thriller, passando per il western e poi l’avventuroso, fino al documentario, Sergio Martino tra i registi che meglio hanno esplorato i diversi generi della cinematografia con acutezza e originalità, è protagonista della Rassegna presso la Casa del Cinema di Roma che si apre il 15 gennaio 2018. Ad aprire la Rassegna è la commedia gastronomica con “Spaghetti a mezzanotte” dove protagonisti sono Barbara Bouchet e Lino Banfi, mentre il poliziesco all’italiana Le città tremano con “Milano trema: la polizia vuole giustizia” in cui vi sono riferimenti all’attualità di quegli anni con il caso Calabresi, chiude la prima parte delle proiezioni il 29 gennaio.

Sergio Martino Rassegna di film Casa del Cinema di Roma
Sergio Martino Rassegna di film Casa del Cinema di Roma

Curata dalla Cineteca Nazionale, la rassegna“ Tutti i colori del cinema. I film di Sergio Martino”, promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Crescita culturale. in collaborazione con Rai; Rai Cinema 01 distribution, presenta alcune tra le pellicole più significative che hanno non soltanto contrassegnato la filmografia del regista, ma anche i cambiamenti e le trasformazioni culturali e antropologiche della società italiana degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta.  I film  di Sergio Martino  hanno fatto divertire e sognare per quella narrazione vivace, quella certa ironia stile anglosassone, e quelle simpatiche gag di Lino Banfi, e la sensualità di una Edwige Fenech quasi sempre irraggiungibile. E poi le suggestive atmosfere gotico-decadenti come in “Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave” ambientato in una cittadina veneta dove avvengono misteriosi omicidi, per non dimenticare il pastiche di generi (poliziesco, thriller, commedia) di “Morte sospetta di una minorenne” ambientato a Milano dove si susseguono numerosi crimini tra cui spicca la scomparsa delle minorenni, considerato dallo stesso regista tra i thriller preferiti. Recentemente è stata pubblicata la sua autobiografia “Mille peccati… nessuna virtù?”(Bloodbuster edizioni, 2017) che sarà presentata il 29 gennaio dopo la proiezione del film “Milano trema…la polizia vuole giustizia” durante l’incontro moderato da Steve Della Casa con Sergio Martino.  Del volume del regista Sergio Martino citiamo una sua dichiarazione: “Questa è la storia del lavoro di un “regista trash emerito”, come mi diverte considerarmi ora, cercando di bilanciare gli insulti dei critici all’uscita dei miei film, negli anni Settanta e Ottanta, e gli osanna delle nuove generazioni che hanno potuto apprezzare in dvd i miei film e rivalutarli, il tutto grazie alla stima di Quentin Tarantino, Eli Roth, Jaume Balaguerò e altri autori e critici stranieri, bontà loro”.

 

Silvana Lazzarino

 

PROGRAMMA rassegna dedicata a Sergio Martino

LUNEDÌ 15 GENNAIO  La commedia gastronomica

ore 15.30 “Spaghetti a mezzanotte” di Sergio Martino (1981, 92’)

ore 17.30 ”Cornetti alla crema” di Sergio Martino (1981, 98’)

 LUNEDÌ 22 GENNAIO Più rosso del nero… il thriller all’italiana

ore 15.30 “Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave” di Sergio Martino (1972, 96’)

ore 17.30 “Morte sospetta di una minorenne” di Sergio Martino (1975, 101’)

 LUNEDÌ 29 GENNAIO Le città tremano… il poliziesco all’italiana

ore 16.30 “Milano trema: la polizia vuole giustizia” di Sergio Martino (1973, 103’)

 

Rassegna

“Tutti i colori del cinema. I film di Sergio Martino

(Prima parte)

tutti  i lunedì’ dal 15 al 29 gennaio 2018

Lunedì 29 incontro con il regista romano e presentazione della sua autobiografia.

CASA DEL CINEMA

Largo Marcello Mastroianni, 1 Roma

Informazioni tel. 060608 www.casadelcinema.it www.060608.it Proiezioni con ingresso libero

 

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Così fu – Racconto di Bruno Mancini

Così fu – Racconto

Da “Per Aurora volume quinto”

Così fu – Racconto di Bruno Mancini

Così fu

Sbaglio a pensare che sarebbe una sceneggiatura interessante?

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Da “Per Aurora volume quinto” di
Bruno Mancini 1

Così fu

Legge
Antonio

Da “Per Aurora volume quinto” di Bruno Mancini – Così fu – Legge Antonio  Mencarini

Così fu - Racconto di Bruno Mancini
PARTE 1

Capitolo 1

Ieri.
Soltanto ieri.
Finalmente, ho carpito dalle grinfie avide dei mercenari acquattati in ogni dove al soldo d’invadenti multinazionali, i tempi ed i modi per una voluta prigionia, ed ho serrato le porte nell’attesa di muovermi verso i luoghi delle mie origini.

Metaforicamente, praticamente, completamente.

L’assalto continuo, attraverso proposte indicanti modi d’essere adeguati agli inutili prodotti che i padroni universali del commercio e dei servizi inviano a pioggia di grappoli dai contorni impalpabili come foschia estiva di primo mattino, assume virulenze epidemiche una volta giunto a contatto con le blande aspirazioni di tranquillità e di serena assuefazione al ritmo quotidiano proprie di esistenze vissute senza sprechi e prive di inutili orpelli.

Semplici, essenziali, autonome.

Le menzogne ballerine, create ad immagine di lusinghe dai loro maghi prezzolati, saltellano allegramente ben oltre ogni perdonabile entusiasmo, frattanto che abbattono ostacoli a forma di evanescenti birilli ed ideologie di carta straccia, male, o per niente, supportate da nervose manovre atte a ripristinare condivisibili pretese di libertà individuali.

Senza ritrosie, in ragione della forza amorale ricevuta dalle loro strutture interdipendenti, superano, con vigliacca  disinvoltura gli specifici spessori delle singole vite incontrate lungo le vie che percorrono.

Ne deriva una complessa organizzazione della socialità immemore dei suoi stessi scopi istitutivi.

Mentre srotola piacevolezze esistenziali frammiste ad essenziali bisogni cognitivi ed impellenti necessità comunicative, essa, la falsa dignità universale – quella degli uomini invisibili oltre le cortine delle organizzazioni finanziarie, quella degli innominabili padroni del vizio e della schiavitù dei deboli, quella dei tizi in doppio petto sproloquianti in pubblico senza cuori brucianti all’interno del torace per giustizia ed uguaglianza, quella di tutti gli uomini animali da sé stessi assurti a mortificanti auto glorificazioni, quella dei nuovi Dei, meschini e blasfemi – essa la falsa dignità universale accaparra, tutto intero, senza pentimenti, l’indivisibile legame tra le vite ed i singoli uomini.

Non ero convinto che fosse sufficiente, ma limitare il raggio di azione dei miei giorni futuri nel perimetro, orto compreso, di una vecchia casa colonica, mi era apparso il sistema più agevole per tentare la metempsicosi spirituale che intendevo costruire tra il mio passato ed il mio futuro.

 

Capitolo 2

 Ieri.

Soltanto ieri è stato il mio presente.

«Va bene, ci sarò».

Così risposi all’invito del Notaio Tramontore che si era premurato di notiziarmi del giorno e dell’ora in cui avrebbe dato lettura di un lascito in cui, a suo dire, io ero annoverato tra i beneficiari.

Ricordo bene, fu lo scorso venerdì pomeriggio alle undici di mattina e per la ressa delle incombenze del fine settimana non tentai neppure di proseguire il colloquio chiedendogli da parte di chi provenisse il bene o informandomi di quale natura fosse il dono.

«Va bene, ci sarò.»

Appuntamento per il mercoledì successivo – ieri -, alle 18,30 in via Nuova Cartaromana ad Ischia.

Lasciai l’appunto a Geltrude, smisi di pensarci e ripresi a sublimarmi ai confini dei sermoni laici, e ad impegnarmi per rendere ragionevoli  gli eccessi comportamentali di frotte di miei assistiti, in parte piagnucolanti, urlanti, irritati per non gradire improvvise o temute  truffe economiche provenienti da loro clienti – fornitori – enti – amici e personaggi comunque orbitanti intorno agli affari di cui si occupavano, ed in parte, questa ultima di gran lunga, maggioritaria,  composta da storici frequentatori sollazzanti in ragione dei buon esiti previsti per le rivendicazioni che avevano affidato alla professionalità del mio studio legale.

Certo idealizzavo, ma senza smettere, con intensità e concretezze molteplici e dissomiglianti, in momenti differenti dei giorni che seguirono, di volere il mio tempo e di dubitare.

“E se non fosse questo?” mi chiedevo dapprima, e poi proseguivo traendone valutazioni simili a:

“Dovrei scorrere le clessidre ateniesi romane egiziane cretesi micenee etrusche cinesi spartane.

Babilonesi.

L’america dei guappi dal pugno di ferro.

L’Europa dei sudditi del pozzo pieno.

Le folle africane prive dei nostri rimedi, ma vittime delle nostre opulenze.
Arabi affaticati dal rispetto per gli insegnamenti scritti nei versetti dei loro libri sacri e dalla concomitante caccia agli infedeli.”

Oppure continuando amareggiato:

“Non è questo il mio mondo.

Questo è solo un mondo di pazzi che impone, sottomette ed infine costringe falde enormi dell’umanità a scannarsi – dovrebbe essere incredibile – non solo per la necessaria sopravvivenza proveniente da un tozzo di pane, non solo per il superfluo benessere ottenibile da un litro di petrolio, ma finanche, anzi con maggiore cruenza, nella guerra senza regole battagliata per accumulare patrimoni che nessuno riuscirebbe mai a godere neppure in infinitesima parte (tante ville, tanti soldi, tanto tutto)  da vivo o da morto su questa terra.

Se non fossimo folli, useremmo i poteri per altri obiettivi.

I neri valgono come i bianchi ed i bianchi valgono come i neri è un’affermazione quasi accettata, anche a prezzo di dolorosi stoici sacrifici ed amare sconfitte, da tutti i neri e da tutti i bianchi, ma non si ottiene lo stesso consenso se si afferma che i ricchi e i figli dei ricchi hanno gli stessi diritti dei poveri e dei figli dei poveri.”

E quasi sempre concludendo con certezze e domande di arrendevole impotenza:
”Occorreranno nuovi secoli e nuove religioni e nuovi eroi.

Se neppure in chimerica lontananza si avvista il freno capace di modificare le penose situazioni di disuguaglianze sociali, economiche e culturali che ci pervadono impregnando di egoismi i nostri atti, e se non è stata ancora assolutamente scalfita da moltitudini ribelli neanche l’apparentemente non eludibile «globalizzazione» – malvagia nelle intenzioni e perversa nei risultati -, fino a quando i Caino continueranno ad uccider gli Abele?”

 

Capitolo 3

Venerdì ore 18: “I coltelli non nascono da una coltellata”.

 

Capitolo 4

Sabato: “L’utopia dei bestemmiatori incalliti è la mamma santa che nessuno di loro ha, è il lupetto furbetto agnostico, è il padre falegname onnisciente”.

 

Capitolo 5

Domenica ore 10: “Il risveglio non è la replica della veglia”.

 

Capitolo 6

Lunedì ore 15: “Quando Aladino era stimato più di una cicca, usciva, in tutto, solo tre volte dalla lampada per esaudire i desideri del Padrone”.

 

Capitolo 7

Lunedì ore 19: “Invece, ogni volta che Elisabetta esce dal suo tugurio regale, non bastano migliaia di spiriti benigni per esaudire gli ordini dei suoi gesti”.

 

Capitolo 8

Mercoledì ore 9: “Oggi le figlie e i figli di puttane che vanno in chiesa, non a supplicare perdono, ma per sentirsi importanti nel rapporti con l’eterno (come dire voler corrompere la forza del destino, sottomettere il dio al loro interesse), loro, i santarelli amici di merende, le femmine tradite e traditrici, i miserabili che smerciano cocaina eroina sballina mortina e sigarette dinanzi alle questure, ai palazzi dei tribunali, agli ingressi dei giardini pubblici, ai portoni dei vigili comunali, del fuoco, del mare, della merda, oltre che tra i banchi delle scuole delle metropoli meridionali, delle scuole di ogni grado di tutti i rioni di tutte le rimbecillite metropoli meridionali di tutte le nazioni, oggi le figlie e i figli di puttane che impazziscono se non possono mostrare le chiappe adipose, le zizze gualdrappate, le zampe microbiche, le cosce microscopiche, le vene varicose, le voci stridule e sguaiate, i coltelli a molla, girando in bella mostra tra le boutique ed i pub schiamazzanti lungo tutta la viuzza Riviez ed il largo Maroz del quartiere top secondo Novella 300, oggi, uno o alcuni figli di puttane in attività nella zona in cui vivo ha, o hanno, rubato la mia sgangherata bicicletta parcheggiata in via Coppi 27.

Aiuti non ne voglio.

Mi basterebbe saperli spiaccicati contro un muro.

Darei in cambio 100 rupie”.

 

Capitolo 9

Mercoledì ore 12: “Andiamo, andiamo, andiamo.

Perché? Perché? Perché?

Oggi è il mio compleanno”.

 

Capitolo 10

Mercoledì, ieri, puntualissimo, alle ore 18,30 ho fatto suonare il campanello, dlin dlon, della porta a due battenti entrambi impreziositi da vetri satinati con la riproduzione di uno stemma incomprensibile affiancante l’ideogramma GT (Giovanni Tramontore, padre defunto dell’ormai anch’egli anziano Notaio Vittorio dal quale ero atteso).

Non più di due minuti sono trascorsi dal momento della mia presentazione alla segretaria , Elisa, ed il suo invito a seguirla nello studio del Notaio Vittorio.

Tutto intorno mi era molto familiare, a partire dai movimenti a piccoli veloci scatti di Elisa comunque sempre armoniosi e non spigolosi, e poi per la forma a losanga del pavimento di cotto rosso pompeiano le cui antiche e consunte piastrelle venivano lucidate di certo ogni giorno con le cere più tradizionali, e finanche nel corridoio fiocamente illuminato da lampadari di ottone brunito a tre bracci sui quali erano situati porta lampade di ceramica che inglobavano lampadine a filamenti di tunghsteno da 25 watt in disuso da almeno venti anni.

«Avanti, prego, venga avanti Avvocato Di Frigeria.

Scusi se resto seduto: mi perdoni… ho qualche acciacco dovuto all’età!

Lei si accomodi prego.»

«Notaio… piacere di rivederla dopo tanti anni».

La conversazione è proseguita stancamente, quasi con impaccio, passando rapidamente da un banale generico convenevole ad una affettuosa considerazione verso alcuni personaggi locali che entrambi avevamo conosciuto, e durando un tempo appena sufficiente a dare una parvenza di familiarità al nostro incontro.

Elisa, così come discretamente si era allontanata di qualche passo al momento del mio ingresso, ugualmente, con atteggiamenti per niente evidenti, ad un cenno del capo del Notaio ha posato sulla scrivania – proprio al centro delle sottili braccia che egli vi teneva poggiate fino al gomito – una carpetta scura, molto scura anche in ragione dei tanti anni che ne avevano ingrigito l’originario colore. Sul bordo alto della cartella, perfettamente conservata, senza la minima grinza, ma apparentemente vuota, si poteva leggere l’intestazione della pratica.

«Non sono molti i casi di cui mi sono occupato durante il lungo cinquantennio della mia professione che hanno richiesto da parte mia un così grande impegno morale.

Controllare che Lei, Avvocato, fosse rimasto scapolo, e comunque privo di  una relazione affettiva continuativa, per i venti anni successivi alla data che può leggere sulla carpetta … a proposito… auguri posticipati per il suo compleanno… di un solo giorno vero?… dicevo… sì mi creda, è stato un impegno tanto penoso quanto necessariamente discreto e responsabile, ma non avrei per nessun motivo potuto eludere la decisione della donna che mi aveva affidate queste sue volontà.

Venti anni è il tempo in cui si prescrive ogni reato e si perdona ogni peccato!

Ella volle, venti anni fa, che Lei, ma solo a ben definite e chiare ed inequivocabili condizioni, ora abbia la possibilità di “CAPIRE”.

Proprio così mi disse e scrisse, capire in lettere maiuscole.

Non si tratta in definitiva di un lascito che porti indiscussa consistenza economica a Lei che ne è il beneficiario, quantunque del resto, difficilmente un qualche bene tangibile, per quanto ho appreso durante le mie investigazioni, potrebbe mai essere tanto consistente da risultare per Lei interessante.

La nostra è una piccola comunità , inutile che glielo rammenti, la quale fonda sull’onestà e sulla rettitudine, piuttosto che sulle disponibilità economiche e finanziarie, sia l’andamento della socialità che essa stessa si è imposta, e sia la rispettosa continuità dei rapporti interpersonali.

L’onore, è questo ciò che vale qui.

Gradisce un caffè? Certo è casalingo, ma Elisa se la cava ottenendo buoni risultati… a volte!»

 

Capitolo 11

Ieri.

Soltanto ieri sera alle 20 sono uscito frastornato dallo studio del Notaio Vittorio Tramontore con una chiave di ferro, che dovrò decidere se riconsegnargli, al massimo entro le 20 di domani, o trattenere assumendomi determinate responsabilità, e con «Una chiave, ideale, idonea a che si apra – lui ha detto – la corretta lettura per una parte ignota della sua vita: la parola “CAPIRE”.» «Una parte ignota della mia vita?» «Appunto».

Quindi, come ho accennato all’inizio, ho serrato le porte in attesa di muovermi verso i luoghi delle mie origini.

Metaforicamente, praticamente, completamente.

Prima di partire da Roma avevo prenotato l’alloggio presso un albergo di costruzione recente situato sullo sperone sporgente al confine tra la baia di Cartaromana ed il promontorio di Punta San Pancrazio.

Una scelta non casuale ma voluta per il desiderio di una notte serena, di silenzio assoluto infranto unicamente dalla risacca, dagli sbuffi dello scirocco lungo le pendici della collina ricoperta da ginestre (ginestra, fiore amato dalla mia donna) in piena fioritura, e da qualche sporadico monotono rimbalzare dei richiami che forse i grilli, forse le prime cicale, forse i gatti in amore, forse gli uccelli notturni, forse i roditori, avrebbero utilizzato per riconoscersi e difendersi.

Aspettando che mi fosse servita la cena al tavolo sulla terrazza a strapiombo sul mare, ho chiesto un gin tonic ed un sacchetto di anacardi, mi sono seduto nell’angolo meno illuminato, ho allungato le gambe poggiando i piedi tra i ghirigori formanti il disegno della ringhiera a pelo del baratro, ho socchiuso gli occhi, mi sono chiesto fino a che punto sarei stato in grado di ricordare, ricostruire, collegare, ed ho così iniziato il conto alla rovescia che avrebbe mutato il senso della mia vita portandomi, mediante una consapevole decisione, adesso a scriverne, ed in seguito ad indirizzarmi verso conclusioni difficili, ma ancora una volta coerenti con i sentimenti ai quali non ho mai inteso rinunziare.

Il primo pensiero conseguente è stato “Un solo gin tonic, venti anni fa, avrebbe rappresentato poco più di una goccia per la smoderatezza della mia ingordigia”: banale, pur risultando fondato su una indiscutibile verità.

Una certezza, senza dubbio, come il sapere che la cascina della quale avevo ricevuto la chiave dal Notaio sarebbe stata rasa al suolo, con il semplice gesto di chi prema il pulsante collegato ad una carica di dinamite, all’indomani della eventuale riconsegna che mi ero impegnato a non effettuare oltre quarantotto ore.

Una certezza, senza dubbio, come il sapere che avrei potuto impedirne la demolizione accettando di assumermi la responsabilità della sua conservazione nelle esatte attuali condizioni, interni compresi, e non esclusa alcuna parte dell’arredamento, suppellettili, ninnoli e cianfrusaglie inclusi.

Banale, come pensare che essa, la cascina, non avrebbe avuto fretta d’essere riscoperta da me, visto che ciò comportava la non peregrina e grave ipotesi della sua immediata distruzione.

Intanto, ricordandola come la vedevo tornando di corsa da scuola, ho rimuginato la dolorosa eventualità che un mio rifiuto sarebbe stato determinante a che fossero aggredite, da chi sa quale modernismo, anche le tante collaterali composizioni scenografiche pregne di affinità con i nostri, a volte, intensi individuali turbamenti.

Nostri, cioè miei e di Gilda, poiché gli altri, tutti gli altri con i quali ho convissuto la parte della mia vita che si è svolta all’interno della cascina – ponendo tra loro, in primo piano mia madre morta e mio fratello gemello mai più tornato da quando partì per combattere le ingiustizie del mondo – ormai li consideravo definitivamente collocati nel mio passato.

Ho finto di estraniarmi, mi sono proposto nella veste professionale di un analista, mi sono interrogato ed ho abbozzato alcune risposte incerte e non esaustive.

“Mi si chiede l’autorizzazione a demolire l’icona della nostra fanciullezza?

O forse, meno semplicisticamente, mi si induce ad agire, non solo al fine di convalidare l’irreversibile distruzione materiale dell’ultimo baluardo che tiene insieme squarci del nostro passato, ma infine perché io esprima l’accettazione alla cancellazione della visione idealizzata composta da tutto quanto rimane di ciò che ci unì?

Io, inflessibile iconoclasta, presumo che non dovrei avere remore a consentire che sia demolito il totem.

Io, irriducibile sentimentale, sono invece certo che scatenerò feroci conflitti tra il mio cervello e la mia anima se, insieme al nostro feticcio, dovrò eliminare anche le mie emozioni.

Purtroppo è così.

Già sento atroce il rimpianto ed un senso di colpa”.

Nel mio immaginario, la casa non aveva fretta d’essere riscoperta.

Anzi essa, pur avendo la precisa cognizione che prima o poi sarebbe stata aggredita da ogni moderna novità, continuava, discreta e dimessa, ad attendere, con serena rassegnazione i giorni a venire.

Ciò mi turbava, nonostante l’evidente sofferenza causata dall’abbandono e dalla decadenza senza tempo di cui pativano parti importanti delle antiche opere effettuate per creare, sì certo le sue forme estetiche, ma in seguito divenute essenziali per la sua radicazione di tutto il luogo nel suo complesso, in quei profondi processi di formazioni emozionali, anche sentimentali e patetici, che sarebbero con fluidezza sfociati nelle nostre, di Gilda e mie, complici intese.

Non dubitavo che il poggio verso il quale mi sarei recato stamattina alla prima luce del sole avrebbe potuto attendere.

Io no.

Io soffrivo il malessere occulto del provvisorio.

Il frenetico pigiare del pulcino che tenti di uscire dall’uovo.

Tra un sorso di gin tonic ed una boccata di sigaro Branca, ieri, l’approccio con il mio passato ha avuto inizio ricordando che ero nato tra la notte e l’alba dell’ultimo giorno di Aprile in un casolare ischitano aggrappato alla cresta calante dal Cimitero nuovo di San Michele fin giù all’altro Cimitero in disuso e che circonda, anzi abbraccia, da tre lati la chiesa di Sant’Anna nella baia di Cartaromana.

In piena guerra mondiale.

Eppure, l’impulso cognitivo del ritorno alle origini che mi aveva perseguitato durante ogni momento di pausa riflessiva, a partire da bambino, come potrebbe essere stato il voler stabilire il giorno della settimana della mia nascita, l’ora e la temperatura esterna, e finanche il cercare di evidenziare qualche caratteristica specifica del luogo o le circostanze del parto ed altri simili particolari, già per me non era più sufficiente a soddisfare la tanta incertezza generale ormai intenta a braccarmi, dopo il colloquio con il Notaio, per spingermi verso un “CAPIRE” enigmatico ed estremamente offuscato dal tempo trascorso.

Ieri sera, in un abbozzo di confronto tra le varie teorie sul creato, affrontando il tema dell’ipotetico artefice, sono stato sul punto di confondere ulteriormente certezze e banalità se non si fosse intrufolate, spingendo per farsi spazio, la carcassa del grande dilemma, “CAPIRE”, foriera di altre ore insonni.

Ho ripreso un filo più logico, forzando i ricordi – e le considerazioni ad essi riferibili – a presentarsi seguendo una pur minima parvenza di progressione temporale i cui risultati potrei così sintetizzare:

“Ho conosciuto mia madre per tutto il tempo necessario a porle domande e riceverne risposte sempre più offuscate dal tempo, ma ugualmente sempre più disinibite in quanto favorite dalle nostre età ormai adulte.

Se da bambino alla mia curiosità lei rispondeva che mio fratello ed io eravamo stati trovati sotto lo stesso cavolo, oppure insieme nel nido di una cicogna in fondo a ad un campo di grano, poi, da ragazzo, i suoi racconti facevano coincidere la mia nascita con sbarchi americani, bombardamenti, rifugi antiaerei, corse precipitose, scarsità di cibo, coperte avvolte sulla testa come unica difesa dalle schegge, pianti, dolori, morti, moribondi, feriti, vita precaria appesa al filo d’imponderabili accadimenti, «si salvi chi può», «è scoppiata una nave carica di munizioni», « per  l’esplosione un carro armato è stato scagliato fin quasi al Vomero», «brandelli di carne umana dappertutto, tranne in America, tranne in America, tranne in America».

Le fortezze volanti oscuravano continuamente il cielo sorvolando le nostre terre per compiere le loro «Missioni».

E giù tonnellate e stratonnellate di bombe e stramaledette bombe per liberarci dal «MALIGNO» demone della dittatura.

Oggi in Iraq, ieri in Viet Nam, oggi ed ieri in Afganistan, domani in SIRPIA in IRASCA in CUBACHIA CAMBOSCINA.

Loro non hanno mai fatto uso di strumenti coercitivi verso la volontà popolare?

La pena di morte?
La schiavitù?

Le persecuzioni politiche?

Il razzismo?

Le sopraffazioni economiche?

Ghettizzazioni per sesso?

Presidenti corrotti?
Intrighi politici?

Schifezze?

Omicidi di stato?

Clero pedofilo?

Servizi segreti sputtanati?
Monica… Pompadau?

Marilin… Borgia?

Loro appartengono al nobile apparato democratico dei giusti giustizieri, dei fieri paladini, dei moralissimi moralisti sganciatori dell’ENOLA GAY

6 Agosto 1945.

Ammirai tanto il coraggio del mio gemello Ignazio, quando ci lasciò – ormai posso dire per sempre -, dichiarando che andava a combattere in difesa dei popoli oppressi!”

«Avvocato, la cena è servita».

«Grazie, sbarazzi pure. Non ho più fame ma sete, tanta sete e tanta voglia di contare le stelle…

Mi porti un gin tonic, grazie».

“Neppure adesso, a cosa fatte, sarebbe facile inserirla, Gilda, con connotati essenziali in quegli anni amorfi nei contenuti e stupidi nelle forme.

Dov’ero quando nacque?

Ero nella sala d’attesa, insieme a mia madre che o andava e veniva freneticamente da una stanza all’altra portando bacili d’acqua calda e tovaglie bianche, oppure camminava nervosamente, rumoreggiando, quasi contando i passi a voce alta dall’ingresso all’ultima porta in fondo al corridoio… e lo ricordo tutto piastrellato per mezzo di mattonelle esagonali, poste inseguendo linee parallele alle pareti, che apparivano del tipico colore grigio ottenuto mescolando in acqua, ora lo so, calce, cemento, pozzolana, con l’aggiunta di un pugno di polvere raccolta intorno alle pareti prevalentemente di creta formanti i margini dei sentieri verso l’Eremo del Monte Epomeo.

C’era scritto SALA TRAVAGLIO.

Non conoscevo quel termine TRAVAGLIO, non mi spiegavo il nervosismo di mia madre, e neppure non davo peso ai gridi che arrivavano, quantunque smorzati, ben oltre le sedie di plastica rossa poste in due gruppi di quattro intorno alle pareti della minuscola saletta fino a riempirla quasi del tutto.

Seduto, silenzioso, composto, leggendo l’ultima avventura di Topolino contro Gambadilegno, non mi era concesso sapere che mia madre si trovava lì, ed io con lei, nella attesa che la ”Signora Aurora”, la reale “Dominus” del paese, partorisse Gilda.

Gilda, da lattante non era stata la più carina neonata della maternità, da bambina non veniva vezzeggiata come la più bella figliola della famiglia “Dominus”, da signorinella, alta e smunta, non richiamava gli sguardi appetitosi dei maschietti del rione.

Da quando, e come fosse avvenuto in lei il cambiamento fisico che mi dava i brividi finanche nel ricordo, non mi sembrava di averlo mai esaminato.

Eppure, a ripensarci, ero stato certo importante durante tutta la sua vita, dalla culla alle calze a rete, ma anche disperatamente incapace di percepire i flussi di attenzioni tipici delle diverse aspettative connaturate alla sensibilità delle sue differenti età, e ciò poiché li lasciavo sempre rimbalzare sugli schermi protettivi che alzavo a difesa delle mie convinzioni.

Dovrei, ma non posso.

Inventarmi una ragione per eludere il bisogno d’entrare nel covo dei ricordi sbiaditi perché lasciati, da soli, alle intemperie cadenzate secondo il monotono rincorrersi di stagioni assolutamente uguali da un anno all’altro, alle muffe nercrofobe degli insetti e dei piccoli animali – roditori, lucertole, bisce – vissuti tra le pieghe dei mobili e dei lumi e dei ninnoli sulle credenze così come nei massicci cassetti mai chiusi a dovere, alle polveri screanzate venute su da chi sa dove e penetrate attraverso gli interstizi tra gli infissi e tra le canne fumarie dei camini: memorie abbandonate come figli tra i cassonetti dei rifiuti. Dapprima per scarso amore e poi per il collare di ferro che impone al vinto il vincitore.

Potrei, ma non voglio.

Scontrarmi con la mia coscienza ed accettare l’inizio e la fine, il guado e la stenosi, la fiera ribellione e il docile, accattivante ozio, tutti i passaggi segreti, ogni caduta nei pozzi dei desideri, miracoli, tradimenti, egoismi; ammettere, appunto, l’inizio e la fine dei giorni e delle notti che io solo conosco io solo ammansisco, io solo uccido.

Il nocciolo duro che respinge le mie pavide titubanze e mette a nudo l’inconsistenza delle mie aleatorie prese di coscienza, il nerbo crudele che mi fustiga verso lo spazio antico e noto, contro spezzoni di azioni già fatte, nel buio visibile oltre il portone di legno massiccio, il sibilo lancinante che dalla mia testa m’impone di andare per “CAPIRE”, è il dubbio.

Lo stesso dubbio.

Sempre lo stesso dubbio.

Sempre lo stesso dubbio di quando partii.

Sempre lo stesso dubbio di quando partii con un sacco vuoto di cose ma pieno di speranze.

Ormai è l’alba, la terra non torna indietro.

Il sole attende immobile”.

 

Capitolo 12

Ho chiesto un taxi.

Ho indicato la meta.

Ho pagato la corsa.

Ho atteso che si allontanasse.

Ho iniziato a muovermi verso la cascina.

La casa, imperturbabile, ha lasciato che mi avvicinassi con incedere inconsueto – deciso, ma lento -, forse curiosa di capire dove si allocassero le mie intenzioni, o forse ormai indifferente a qualunque improbabile tentativo di oltraggio.

Non ho udito scricchiolii di finestre mal chiuse e non mi hanno distratto rami ciondolanti e serpentelli striscianti negli anfratti alla base della muratura.

La casa collaborava a rendere intrigante la mia presa di possesso, e non si prestava a mostrarsi rivestita di misteri o d’imprevisti sulla falsa riga di un’avventura esotica.

La casa stava.

Eri io che muovevo passi decisi ed incerti, sicuri e titubanti, attenti e precari, passi di automa mal programmato, di veglia sonnambulica, passi guidati da una ragione extra corporea, indefinita.

Frattanto, forse, Gilda sarebbe apparsa seduta, all’ombra della magnolia che aveva la sua stessa età, sugli scalini arrotondati che segnavano l’ingresso al pergolato di canne e foglie di palme, avvolgendo un bambino in braccio.

Oppure, Gilda sarebbe apparsa poggiata al fusto della magnolia, le mani intrecciate dietro il collo, i gomiti sporgenti verso l’intruso, nell’atto di coprire il suo territorio con la stessa determinazione della belva intorno alla cucciolata.

Avresti potuto offrirle il cinghiale selvatico ucciso a morsi e pugni e lei non avrebbe ceduto un millimetro di spazio ai tuoi tentativi di avvicinamento.

Un cucciolo: Isidoro. Una zona proibita: la sua vita affettiva.

La sua cantilena: “Il mio piccino non sarà mai solo.

Il mio piccino non sarà mai solo.

Il mio piccino.”

Appena ho superato il cancello a stecche di ferro verticali con residui di vernici verdi e nere, ho provato, calpestando i sassi polverosi del sentiero d’accesso ad un piccolo campo, la sensazione che i miei mocassini firmati Velente avessero immediatamente odiato il titolato negoziante di Via Montepelone per non avere responsabilmente provveduto alla loro collocazione presso una figura umana adeguata, in quanto a stile di vita e classe sociale, alla origine ed al censo dei quali si pregiavano.

Tomaia di cuoio… cuciture con filo… punti a … pelle di… borchia e… vernice… con me nella polvere e nel fango.

Le scarpe con certificati di origine DOC, DOCEC, UE, MADE IN ITALY, a modo loro pensavano che neppure Napoleone Bonaparte, l’uomo delle disfatte ciclopiche, avesse subito simile affronto, e che loro, di certo, non meritavano tale ignominioso sfregio in così tenera età.

Per un attimo, poggiando la mano sul lato sinistro del cancello, nell’atto di agevolarne la chiusura difettosa a causa della ruggine sedimentata tra i mozzi dei cardini, ho avuto la tentazione di scalzarmi e proseguire a piedi nudi.

Per un attimo ho corso il rischio di vanificare fin dall’inizio il progetto amorfo appena cominciato.

Due colonne di tufo verde non intonacato fungevano, una – quella a sinistra entrando – da stabile appiglio verso la parte interna del podere per un sultano roveto dalle more grosse come ciliegie, il quale, a sua volta, consentiva alcuni disagiati inserimenti ad uno striminzito arbusto di capperi attiguo ad un cespuglietto di bocche di leone in piena fioritura, mentre l’altra colonna, quella verso nord, meno esposta alla calura estiva, e situata al riparo dell’ombra di un ficus alto oltre quattro metri e largo fino al successivo angolo del muro di cinta, pareva civettare nel mostrare la pelle rugosa delle sue pietre dai toni cangianti a secondo che variassero le luci e le ombre di contorno.

“Bisognerebbe scrostare le scaglie di vernice dei segmenti verticali del cancello, scartavetrare il disegno di semplici volute, a forma di spirali che si uniscono e che congiungono le barre di sostegno forgiate a mano, con l’antica eleganza propria del ferro battuto, ribattendo il metallo su una vecchia incudine a forma di doppio cono.

Sarebbe urgente completare l’opera di ripristino ridando lustro alle lance, infisse in cima alle aste divisorie ove completano la parte superiore della cancellata come una corona di artigli.

Spuntare i rami penduli spinosi che creano intralcio alla chiusura del cancello e costituiscono un pericolo per le pregiate camicie di lino inglese che indosso.

Smussare i bozzi antiestetici scavati nelle pietre dal rivolo non incanalato che cola dalla sommità del pilastro.

Bisognerebbe… ma sono pazzo?

Come se la mia presenza non bastasse già a svilire il paziente equilibrio ottenuto da questo lembo, di tempo più che di spazio, incurante delle violenze portate dagli uomini fino intorno ai suoi confini!”

L’aspirazione del pellegrinaggio laico per molti anni dato per scontato dalla nostalgia ma rifiutato dalla suggestione della malinconia, eppure mai prima valutato nelle conseguenze pratiche, rischiava di trovarsi sfaldata al momento dell’iniziale impatto con una realtà, ove i pensieri di abitudini a me comuni mostravano di essere rabberciati ad inconsueti schemi di rivolta.

Sfuggendo al dedalo di considerazioni che imboccavano l’uscio della mia attenzione, ruotando il capo in direzione del viale sommerso sotto erbacce affastellate dai lati verso il centro in un groviglio che a mala pena lasciava scorgere una porzione del tetto con due comignoli a forma di parallelepipedo, ho smesso di porre mente al lavoro manuale che sarebbe occorso per restituire i luoghi alla loro primitiva configurazione, e mi sono avviato, lentamente verso la ricerca di una mia origine.

“CAPIRE”.

Certo anche nel viaggio mentale bisognava scostare barricate pungenti e resistenti come i roveti insediati dalla natura disordinatamente lungo il camminamento che conduceva alla casa, ed occorreva dipanare una immensa ragnatela di labili ricordi e trasparenti indizi agganciandone la scia invisibile con l’attenzione di chi debba razionalizzare il percorso prescelto.

Nel mio seguire un filo di intrecci meno folti, quasi una giungla casereccia, formato in prevalenza da liane di edere mediterranee e felci sovrastanti papaveri all’ombra delle ginestre (ginestra, fiore amato dalla mia donna) non ancora in fiore, la mole simmetrica del fabbricato, con i due balconi del primo piano poco distanti dagli angoli ed il portone di legno massiccio punteggiato all’estremità superiore da una nicchia votiva per un santo protettore, ad ogni passo, mi veniva incontro piano piano mostrando i segmenti di un puzzle che andavano continuamente ad accostarsi fino a formare la visone totale della sua struttura.

Finché, inaspettatamente, le piante e gli arbusti hanno finito di occupare parte del territorio, lasciando una chiazza semi desertica in corrispondenza del cortile antistante l’ingresso.

Un regalo della natura aveva permesso che il tavolo ed i sedili di lastroni lavici sistemati appena accanto al pozzo fossero soltanto ricoperti di muschio e piccoli fiori di campo, mentre, stupendamente incoronato da tralci di vite selvatica, il piano terra si confondeva con l’adiacente boscaglia.

Volevo, potevo, dovevo entrare?

“Che sia più semplice raggiungere una meta che non goderne i privilegi?”

Mancavano molte ore la tramonto, ed io ho avuto voglia di entusiasmarmi per ogni particolare di quel luogo, né brullo né antico, né vivo né solingo, così simile ai contorni che la vita mi offriva nella quotidiana stagnazione di affetti e prospettive di speranze.

Cos’altro erano le mie giornate tra scartoffie, progetti, bolli, scadenze, impegni, indirizzi, ripetitivi incontri, Mario l’usciere, Aniello il barbiere, Giuseppe l’autista, Vincenzo il praticante di studio, Cinzia la segretaria, Anna la collaboratrice domestica, Domenico il giornalaio, Teresinella la barista che mi porgeva il cappuccino al mattino, Rosa la bellina del bar all’ora dell’aperitivo, documenti, appuntamenti, relazioni, accordi, carte e poi di nuovo scartoffie… se non una lunga stagnante riproduzione della natura, ove le ginestre (ginestra, fiore amato dalla mia donna) continuino a fiorire nei periodi previsti, le edere seguitino senza sosta ad arrampicarsi verso i comignoli più alti, ed i papaveri contrastino un posto al sole alle margherite?

A Roma non avrebbe avuto senso che io ragionassi intorno all’ipotesi di potatura del grumo di spine, come non avrei impegnato più di un minuto per decidere se provvedere alla tinteggiatura del cancello ed al ripristino estetico dell’intero perimetro del muro di cinta.

A Roma, nel mio ufficio di Piazza Mergellina, la segretaria Gloria si faceva quotidianamente carico di risolvere ogni minimo dettaglio delle contingenze che mi si presentavano.

Una balia, una balia abruzzese, una balia abruzzese cui affidavo i figli illegittimi dei miei impegni professionali.

Il contatto fisico con la tenacia consistenza  delle assi d’ulivo scarnite dalle intemperie e poi increspate per il degrado dell’intero portone, offendeva e sfidava la leziosa morbidezza delle mie mani ben curate e prive di rughe.

Su di esso, fenditure profonde spaziavano in verticale, prevalentemente verso la parte bassa del legno con solchi profondi a forma di cunei e reticolati simili ai rivi della foce di un fiume tra lagune, stagni, e deviazioni per ostacoli formati da sedimenti venuti da lontano.

Intorno alla parte inferiore, principalmente a contatto con il suolo, il marciume dovuto alle pozze di acque stagnanti, ne aveva quasi polverizzato gran parte del bordo orizzontale strutturato come appoggio per le sette assi che componevano ciascun battente.

Non ho smesso di tastare, palpeggiare, annusare, sbirciare, fin quando non mi sono accorto che, dolcemente ma con caparbia determinazione, stavo sbriciolando i bordi consunti scavando nelle tane e tra le larve delle formiche.

Ho sentito, intanto che mi conformavo alle sensazioni tattili, olfattive, visive, prodotte dal connubio che andavo attuando con il luogo nel suo complesso, avanzare dentro di me, ma stranamente ancora più intorno a me, il respiro lento della precedente notte trascorsa tra veglia e sonno.

Una incipiente sensazione di completa immobilità, quasi mi stesse mancando la benzina nel motore e che fosse necessario avviare manualmente il ventilatore affinché rimanesse vivo il mio computer umano.

Molte altre volte al risveglio, in special modo dopo notti turbate da sogni troppo presto risultati evanescenti, mi ero accorto di simili sintomi e li avevo esaminati nel tentativo di poterli dominare, così che sentendoli sopraggiungere, pur nella completa veglia di quei miei primi passi nella cascina, mi sono meravigliato, ma ne ho tratte conclusioni logiche in sintonia con i riscontri oggettivi che mi erano sembrati prevalere nelle precedenti situazioni.

Accadeva che nessuna forzature riuscisse s muovermi.

Per ogni completo risveglio dovevo necessariamente attendere quei pochi o molti minuti necessari ad umettare le labbra, stropicciare gli occhi, stendere le braccia, contrarre le dita dei piedi, respirare profondamente, sbadigliare rumorosamente, emettere una serie di colpetti di tosse, usare la mano come sipario scivolante dagli occhi al mento.

A volte avevo tentato di rifiutare questo rito pagano al dio “risveglio” nei modi più semplici, ed anche nelle maniere più astruse, rincoglionendomi intorno ad una sciarada che avrei voluto comporre con differenti soluzioni, raccogliendo però quasi sempre deludenti sconfitte.

Infatti, quando con impegno riuscivo a sbloccare la distensione delle braccia, di conseguenza, accumulavo piccoli rapidi movimenti delle spalle, e se pervenivo con successo ad impedire volutamente uno dei colpetti di tosse, allora una serie sorda  e strozzata di mugugni mi saliva e scendeva dalla faringe allo stomaco.

Niente da fare.

Con semplicità non ero mai riuscito a risolvere il caso.

Se non cessava il respiro lento non iniziavo la marcia.

Non si attivavano le pattuglie di avanguardie preposte alla salvaguardia dei percorsi da delineare come struttura per il mio nuovo giorno.

Un mattino tentai una nuova soluzione temeraria.

Gilda.

Gilda tra le mie braccia come non era mai stata “riversa in mezzo ai fiori” – diceva Quasimodo -, “mi supera la luce e tocca le tue braccia ignude” – diceva Quasimodo -, “all’amata che in se agita un mio figlio” – diceva Quasimodo.

Con un movimento rapido, inatteso, ma per niente incoerente, invece di alzarmi e correre incontro al sogno, misi la testa sotto il cuscino per non rischiare di perdere un solo lembo d’immagine altrimenti sfocato dalla luce penetrata attraverso le giunture sconnesse della finestra, per non disperdere una sola briciola del suo odore di muschio e di ginestre (ginestre, fiore amato dalla mia donna) nel turbinio di effluvi di caffè e di fette biscottate che mi giungevano diffondendosi dalla cucina, per non dimenticare il null’altro importa che volevo rinchiudere in un profondo ed inaccessibile, anche a me stesso, scrigno di difesa.

Invece di schizzare dal letto ed andarla a cercare, sentii girarmi la testa, le palpebre pesanti, il suono di una nota alta di clarino tenuta continua come un fischio di richiamo, le mani gelate, il cuore fermo e Gilda che rideva, tra le mie braccia, con il volto ondulato dai frammenti di luce filtrati tra le foglie della magnolia, e rideva e rideva, tra le mie braccia, con il corpo adagiato in un groppo di papaveri e bacche di mirtilli, profumata di muschio e di ginestre e papaveri e mirtilli e gioia, come non aveva mai fatto.

In verità, fin dall’infanzia, i nostri destini parevano inseparabili, simili ai pali infissi nella laguna veneziana che delineano il tragitto dei vaporetti di linea.

Allineati verso una identica lontana meta ma distanti quanto basta per essere continuamente divisi non soltanto dallo spazio fisico ma finanche, peggio, dal rumore disordinato dei pendolari e dei vacanzieri che percorrono quella tratta, dagli sbuffi di nafta soffiati dalle ciminiere dei battelli, dal moto ondoso provocato dalle eliche in continuo passaggio.

Con una iperbole fantastica, in età successive, avremmo potuto credere che le finestre delle nostre stanza si confrontassero chiedendosi: “Era lui?”, “Era lei?”, “Si è già affacciato?”, “Dorme?”, “Studia?”, “C’è la Signora?”, “Aspetta?”,

“Aspetta!”, intanto che catturare con uno sguardo il suo finto innaffiare il vaso di gerani alla finestra mi bastava per avere la speranza d’incontrarla più tardi, forse, chi sa, all’angolo del viale tra la locanda e il ciabattino, durante il suo ritorno a casa dalla vicina merceria.

Quasi come per caso, nonostante avessi levigato quel tratto di strada con un continuo insignificante via vai.

Gilda? Gilda?

Avrebbe riprodotto il mio volto ad occhi chiusi, disegnato le mie mani senza il minimo errore, riconosciuta la mia sagoma anche di profilo, anche di spalle, con la certezza di un istinto ancestrale.

Avrebbe voluto il mio amore con la passione di una vergine fanciulla incantata da un sentimento sconosciuto ed invadente.

Due pali nella laguna che niente e nessuno univa, e che da soli non trovavano il sistema di accostarsi, nonostante fossero, nei sogni e nei pensieri, nei sogni e nei pensieri, comunque, nei sogni e nei pensieri, sempre, propensi, determinati, decisi, oltre ogni altra volontà, e desiderosi di sradicarsi per galleggiare uniti. Invidiosi dei colombi che tubavano sulle loro sommità.

Durante la nostra gioventù, le mattinate sembravano passare con le monotonie visive e le staticità fisiche di un impianto scenico ove le luci e i colori e le forme e le dimensioni siano trattenute nella loro originaria bellezza dalla forza del tempo che le gestisce.

Le notti scorrevano in un turbinio di sopraffazioni, intrecci, incastri, smosse e confuse per minuscoli dettagli ed enormi visioni.

“Aveva girato lo sguardo verso il gatto randagio che attraversava la via oppure… oppure… oppure mi aveva guardato?”
” Non sono io la preda da conquistare!”

“La preda?”

“Lei non sarà mai una preda.”

“Gilda io l’amo.”

Neppure il tempo di soffermarmi sulla parte logica di queste questioni ed ecco le notti, sempre, apparire immobili contro la violenza di urla disperate, secche e ripetitive, come accordi iniziali della quinta sinfonia: papapapà – pàpapapa.

Vieni da me!

Vieni da me.

Il gallo taceva sbalordito, le campane non colpivano i batacchi, il pullman di linea s’inerpicava su tornanti dall’acustica frammentata, gli anziani vicini di casa – di notte svegli da sempre – misuravano la potenza ed il timbro per elaborare una proiezione e prevedere un nostro futuro incontro.

Lo sforzo fisico di resistere al sonno pur di soffrire, in piena solitudine, le pene di un amore desiderato e sconosciuto, vicino ed inesistente, per la mia, per la mia Gilda, bellissima, dolcissima, issima issima issima.

Ritornando a descrivere il percorso di avvicinamento alla meta “CAPIRE”, riprendo dalla “incipiente sensazione di completa immobilità” avvertita mentre stavo sbriciolando i bordi consunti del portone scavando nelle tane e tra le larve delle formiche”.

Mi sono detto “Rilassati”.

Rifletti.

Alla sfida dei sentimenti, imponi la forza della ragione.

Alle sofferte rinunzie, continua ad opporre il riguardoso rispetto per scelte non tue, mai tue.

“Venti anni di solitudine sentimentale sferzati da ammalianti ricordi d’irripetibili emozioni trascinati come una croce incomprensibile, ingiusta, immeritata, immotivata, aspettano che tu compia altri passi, apra il portone, e segua i fluidi.

Per CAPIRE”.

Autocontrollo, tensione mentale, per una corporeità che avvertiva sempre maggiormente affievolite la capienza e la portata dei suoi terminali percettivi.

Di contro, il traino del mausoleo pieno di dubbi che mi ero trascinato dietro durante tanti anni, in quel luogo, in quel momento, davanti a quel portone, ha acquisito la struttura elementare di un guinzaglio. E ad esso, nella parte terminale era aggrottala la scatolina porta oggetti in legno intarsiato a fuoco con le sagome di due cani ed un gatto che ho sempre conservata gelosamente, recuperandola quando era stipata tra i detriti alluvionali dei regali, salvandola dai roghi di vecchie cianfrusaglie appiccati per favorire nuove collocazioni d’insulsi modernismi, separandola dalla continue  decimazioni perpetrate in danno di apparenti inutilità, ed inserendola nei numerosi traslochi per i miei trasferimenti abitativi.

Dimensioni ridotte – solo pochi centimetri per lato -, capienza minima, colore cartone bagnato, piccole cerniere deformate di latta brunita, il segno di una toppa in cui tempo addietro veniva inserita una chiave dai segmenti elementari, la parte superiore incisa in un bassorilievo con due cani di profilo sullo sfondo, muso contro muso, ed un gatto in primo piano di spalle con la testa rivolta verso l’alto.

Mi dicevo rilassati.

Con la luce che mi tagliava in due.

Da una parte, la schiena posta all’esterno dell’uscio coglieva il sole calante filtrato tra i residui di una nuvolaglia priva di pretese, dall’altra, il petto e le sporgenze del viso sguazzavano in un’ombra, in quasi buio perenne che imponeva, esso, alle mie palpebre di socchiudersi, alle mie iridi di rinchiudersi, alle mie fantasie di temere, al mio affetto di sovrapporre le doti alle forme.

Il volo gelatinoso ed ovattato di un odore senza definizione mi rendeva baco da seta in un bozzolo.

Avrebbero dovuto fermarmi prima che mettessi piede al di là del blocchetto di ottone sul quale una sporgenza ormai consunta e livellata da una sottile fanghiglia avrebbe potuto mostrare l’anno 1872 se solo fosse stato rimosso il velo di erbe selvatiche che lo ricopriva.

Ormai non avrei più ascoltato, anzi, udito, voci di richiamo.

La raffinata attesa di CAPIRE era covata in me troppo tempo, rivivendo nel suo distillato fantastico, l’addio di Gilda, venti anni fa: una croce incomprensibile, ingiusta, immeritata, immotivata.

Deprimendomi ed entusiasmandomi nella ignota galassia dei suoi comportamenti e dei suoi sentimenti.

“Non devi più pensarmi”

“Impossibile, ti amo”

“Dimenticami.”

“Impossibile, mai”

“Voglio che non mi cerchi più”

“Perché?”

“Mai più”

“Fammi almeno CAPIRE”

“Addio”

Frasi e suoni, atmosfere movimenti stasi rimbalzi pianti pensieri carezze e sguardi e baci e strattoni e spinte e mani dolci ed incantate.
Tutto passato, tutto finito, tutto passato tutto finito con un addio incomprensibile, ingiusto, immeritato, immotivato, venti anni fa.

CAPIRE.

Magari, magari, magari una minima porzione, magari tutto.

Magari con violenza, magari con dolore, liberandomi dalle notti finite su cuscini per terra con la testa una boa nel mare di scirocco.

“Un altro passo, apro il portone, seguo i fluidi”

Ho inserito la chiave, quella di ferro avuta dal Notaio, nella toppa.

Ho ripetuto, inutilmente, tre volte il tentativo di far scattare la molla di apertura della serratura.

Alla quarta prova un leggero cedimento ha favorito il successivo sblocco del meccanismo di chiusura.

Ho mosso l’anta del portone solo di quel tanto utile al mio passaggio.

E sono entrato, richiudendo rapidamente.

Ero certo che le onde esistenziali, prigioniere della parva ampiezza spaziale nelle quali erano confinate, avrebbero potuto rivivere, per me, come durante la notte ignota della mia vita.

Nessuno avrebbe potuto dissuadermi dal credere che, così come è possibile catturare in qualunque ambiente onde magnetiche di suoni radiofonici, d’immagini televisive e di miliardi d’altri segnali provenienti da fonti emittenti quasi sempre sconosciute, allo stesso modo non sia possibile attraverso un distinto processo fisico – chimico – quantistico – ondulatorio – cosmico non importa, simile o dissimile dagli altri non importa, stabile, precario, materiale, non importa, ricostruire i flussi energetici originariamente espulsi con veemenza nello stesso luogo in cui tentiamo la loro intercettazione.

Volevo questo, ciò, nella stanza al primo piano dietro la finestra affacciata sul portone.

Come se bastassero le ombre, i fluidi, le onde elettromagnetiche a rappresentare sentimenti, immagini, speranze!

Via col vento senza Clark Gable e Rossella O’ Hara, Cabiria senza Giulietta Masina. Casablanca senza Humphrey Bogart, Stanlio ed Olio senza Stan Laurent and Oliver Hardy.

Per di più in un marasma generale entro il quale i movimenti delle comparse si mischiavano e si sovrapponevano alle azioni essenziali dei protagonisti.

Nonostante ogni logica opposta teoria, la mia attenzione nella maniacale ricostruzione degli unici ed irripetibili momenti che in quel luogo particolare avrebbero cambiato la mia esistenza, era attratta principalmente dalla ricerca di fluidi impalpabili, poco importandomi se fossero stati prodotti da azioni o da emozioni.

Solo ad essi era rivolta la mia ricerca.

E’ facile dire “io sono”.

Più difficile è affermare “sono stato”.

Ipocrita fingere di sapere “io fui…” dove i puntini di sospensione ritardano, insieme alla frase che dovrebbe riguardare l’avvenuta certezza, le tante e troppe etichette poste sulla nostra incosciente infanzia da persone che forse hanno voluto più bene a noi che a se stesse, ma che certo hanno articolato le parole secondo i loro amorosi punti di vista e le loro soggettive affettuose immaginazioni.

Io fui un bimbo bravo e sincero, mi è stato detto sempre così, ma chi ci crede?

 

Capitolo 13

Adesso che la retrospettiva del fatuo e del vanesio si dibatte all’interno del collo dell’imbuto formato, per un bordo, dalla infallibile ricostruzione totale fatta da sensi ignoti che superano il limite della memoria, e per un altro orlo, dalla debole intraprendenza che il rispetto per la verità impone alla sincerità ed all’orgoglio della mia passione, adesso dunque mi resta meno arduo assecondare l’impulso assassino verso il frastuono incontrollato delle attese giovanili.

E lascio statica una scena nella quale Gilda, ancora seduta sul gradino di pietra ruvida e grigia, avvolge un lembo della gonna intorno all’indice della mano sinistra – le ginocchia quasi fino al mento, le rose stampate sulla stoffa di cotone accartocciate tra le pieghe e le cuciture -, e nella quale sono io che manco.

I topi e le blatte, nel salone polveroso e fuligginoso, non si limitavano a considerare quello un luogo proibito per il cui accesso si sottintendessero numerosi controlli e prudenze, ma, per la loro quotidiana frettolosa ricerca di cibo, lo frequentavano come un luogo di transito simile alle moderne piazze principali di ogni di sobborgo.

Dove la gente va e viene, e l’insieme d’impettiti funzionari e lerci barboni, di atleti e di disabili, si muove in un continuo intrecciare contatti superficiali e quasi sempre privi di contenuti.

Altra cosa rispetto ai paradigmi che ci siamo tramandati relativi alla “Agorà”.

Le piazze sono state pulsanti di vita fino a quando non esistevano ancora le automobili per poi degenerare in semplici o complessi punti di svincolo in funzione dei mezzi di locomozione.

La piazza era vita, quando non esistevano né le cabine telefoniche né i cellulari, e quando gli appuntamenti, programmati con congruo anticipo, si usava fissarli nel luogo comune per antonomasia “all’angolo della piazza”.

Quei luoghi erano animati di vita, quando i bambini giocavano senza guinzagli, quando gli anziani utilizzavano bastoni e non badanti extra comunitarie, e quando le belle di giorno e di notte diffondevano tracce di profumi parigini in locali poco distanti sia dagli edifici adibiti ad ambienti di culto e sia dai locali attrezzati per la pubblica amministrazione, e quando gli uccelli, per riposare di notte, avevano disponibili distese enormi di boschi e di pinete e non cercavano, in migliaia, provvisori disagevoli rifugi nei quattro alberi centenari che oggi disegnano il perimetro degli spazi adibiti ad isole pedonali.

Ricordo “Piazza Maggiore” nel giorno in cui fu nazionalizzata la produzione e la distribuzione di energia elettrica.

Il fermento di voci al passaggio dello strillone che annunciava l’evento.

Fu molto simile all’agitarsi dei fagioli nel pentolone senza coperchio ribollente sulla fornace di carboni che mia madre, di tanto in tanto, alimentava con un ventaglio di paglia nella cucina attigua al salotto.

Nel novero delle pseudo allucinazioni cataloghiamo di norma ogni nostra esperienza personale che non abbia conforto nei più ampi riscontri di una consistente parte della collettività.

Tuttavia, fin quando si tratti di percorsi semplicemente mentali, fantasiosi o sognanti che siano, i nostri interlocutori appaiono sempre propensi a benevoli ascolti e ad indulgenti interpretazioni, mentre, nei rari casi in cui un tale, qualcuno, riferisca il materializzarsi di una situazione pratica, tangibile, oggettiva, inspiegabile per le conoscenze del momento, ecco che scattano sistemi di auto difesa collettiva i quali, se pure non apportando benefici al progresso generale delle conoscenze comuni, tuttavia permettono la stabilizzazione di apparati atti ad avviare coprifuochi preventivi, e finanche essi , in casi estremi, attivano apposite strutture cui affidare il disorientato protagonista per la cura di presunte malattie mentali.

Penso al polpo che, in un giorno particolare, stanai senza procurargli alcun danno fisico da una grotta ricavata nella fenditura di due macigni precipitati dalla parete sovrastante la baia di Cartaromana a seguito d’interventi speculativi

Lo trasportai con la massima delicatezza fino a riva, accettando la pressione delle ventose procurata dal suo difensivo avvolgersi al mio braccio.

Giunto a riva, lo immisi in una vasca trasparente, non tanto profonda, ma ben sufficiente a contenerlo tutto, ebbene, mi fermai a notare che il polpo restava quasi costantemente con la testa fuori acqua.

Rimasi stupito, non perché stessi assistendo ad un atteggiamento sconosciuto, ma per l’improvvisa consapevolezza che non avrei mai tentato di dare una spiegazione a tale modo di agire forse solo apparentemente contraddittorio con la natura marina del polpo.

Con l’intento di assegnare un preciso contenuto di analisi comportamentale ai mutamenti delle sue azioni, preparai una tanica trasparente piena d’acqua di mare, lo presi per la testa, lo trasferii in essa, chiusi il lato superiore del contenitore mediante una rete a maglie larghe sì, ma non tanto da permettergli di attraversarle, ed in questo stato lo trasportai in un tour di conoscenza del “nostro” mondo attraverso tappe puntigliosamente preordinate.

Il polpo poté guardare vari programmi televisivi tra cui il telegiornale di Emilio Fede e un documentario avente per oggetto il mondo sommerso della costa tirrenica, fece conoscenza con le cagnette – cucciole curiose – Rotty e Lola che l’intimidirono sbuffandogli aria calda con le lingue penzoloni, ebbe modo di ammirare erbe, cespugli, fiori, alberi, nuvole, cielo, sole, luna stelle, automobili, strade, piazze. Suoni, vento.

Ebbe contatto fisico con molte specie di animali mai prima incontrati né immaginati: i gatti del ristorante con locanda sulla banchina, i canarini i cardellini ed i pappagallini del barbiere di Via Colonna, le galline i conigli le oche ed i tacchini della contadina con piscina termale ed impianto foto voltaico posizionato sul tetto della stalla.

Ascoltò in presa diretta suoni e rumori, senza le distorsioni provocate dalle onde frangenti sulle scogliere, dal rotolare dei sassi sui fondali marini per le irrequiete risacche, dalle eliche dei gommoni, motoscafi, navi crociera cariche di pseudo sfaccendati amanti del mare ma che incoerentemente avevano scelto d’immergersi nelle piscine sul ponte di prima classe e cibarsi con gamberi, aragoste e molluschi – polpi compresi purché piccoli e teneri -.

Udì il suono di campane a festa per la gloria di Sant’Anna, il contemporaneo tripudio della processione durante il tragitto verso l’omonima antica chiesetta abbandonata, semi diroccata ed invasa da bisce topi ed insetti di ogni dimensione. Percepì i collettivi sussurri “gloria” – “amen” – deo gratia” della folla di fedeli in simbiosi con le omelie dei sacerdoti e del vescovo.

Ebbe giorno e notte diversamente sfolgoranti rispetto alle ottenebrate ripetitività dei suoi fondali marini.

Quando mai aveva annusato il letame degli animali da cortile, il sudore del suonatore di tuba ingabbiato nella divisa delle grandi occasioni, il fumo magico dell’incenso, gli olezzi artificiali a base di fiori d’arancio – gelsomino – rosa antica – giglio – tabacco cubano – hashish – marijuana dei penitenti in processione, i fumi bianchi e sudici di salsicce alla brace – pesci fritti – polpi in casseruola esalati durante una festa di ringraziamento per il patrono locale durante le ore antecedenti lo spettacolo dei fuochi pirotecnici?

Ho detto polpi in casseruola, poiché in un anno furono effettivamente serviti in casseruola e non all’insalata come in tutti gli anniversari precedenti.

Il termine della lunga immersione nell’aria che gli concessi, coincise con il momento in cui mi parve di aver appagato la mia sete di conoscenza per i suoi comportamenti, e quando finalmente decisi che avrebbe avuto una quantità innumerevole d’informazioni da ripetere ai suoi, devo dire con-terranei se non posso dire con-sabbinei o con-scoglierei.

Lo rimisi in mare nella stessa identica buca dello stesso scoglio dalla quale l’avevo prelevato, soddisfatto di sapere che in poche ore gli avevo elargito tutta una serie di esperienze, i cui racconti, una vota illustrati ai suoi simili, l’avrebbero fatto apparire alla loro incredulità, né più né meno simile ad un umano che tentasse di far credere ad un gruppo di concittadini d’essere stato trasportato in una dimensione extra terrestre.

Naturalmente se i molluschi avessero lo stesso nostro distorto rapporto con la realtà.

L’amore è negli occhi di chi ti guarda.

Le confusioni sono nella mente di chi non ti ascolta.

Sono durate solo pochi minuti, tra fantasia e ricordi, quelle stravanti divagazioni che mi avevano reso assente dalla realtà, poiché ben presto l’evidenza dell’immobilità temporale che permeava tutto il locale, pigiò tanto forte alla radice al nervo scoperto della mia tensione emotiva da farmi scuotere la testa tre volte in rapida successione.

In un sobbalzo, gli occhi ripresero movimenti indagatori alla ricerca di ciò che immaginavo, o forse veramente sapevo, essere lì in attesa che io lo trovassi per CAPIRE.

Nel salone nulla era sfuggito alla polverosa coltre propria degli ambienti chiusi per decenni.

Un manto copriva tutto.

Impalpabile, invisibile al primo sguardo, esso si evidenziava con il tenero gesto del dito mosso a seguire le pieghe dell’oggetto situato in bella mostra sul tavolo in cucina, oppure lambendo l’alto ninnolo posto a sostenere una foto scattata il giorno del matrimonio.

Velata era anche la panca sistemata accanto al rialzo dell’informe blocco lavico piazzato come separazione tra il fuoco, un tempo alimentato nel camino, ed il resto della stanza–cucina.

Era un pulviscolo tanto sottile, e tanto lento nella sedimentazione, da lasciare intravedere la sagoma di Gilda seduta sullo scanno ed appoggiata con le spalle alla parete laterale.

Un’orma impolverata con la stessa lentezza di sedimentazione cui era stata sottoposta tutto il resto della casa, e non ancora sopraffatta da uno spiffero di corrente d’aria provocata da una porta che, aprendosi, rimescoli insieme alle particelle aeree anche le forme delle loro composte dalle loro deposizioni.

Un’impronta parlava di Gilda alla mia immaginazione, o forse al mio ricordo.

Gilda quel giorno aveva provveduto personalmente a sistemare i tizzoni sotto la cenere e le carbonelle in fondo alla bocca del camino.

Prima di uscire.

Con i gesti di chi sa di non poterli mai più ripetere, aveva lasciato che la paletta di ferro verniciato, spostandosi e rimuovendo, accarezzasse la cenere accumulata in quantità superiore alle normali consuetudini.

E la guardava.

Fissava lo strusciare del metallo sulle crespature della pietra.

I piccoli sedimenti lignei ammantarsi del colore grigio chiaro.

Le briciole di tizzoni spegnersi ad uno ad uno.

Il gracchiante stridore del ferro trascinato in avanti verso il fondo del camino.

Fissava gli attimi dei suoi movimenti, intanto che nella sua mente le venivano riprodotte interminabili immagini della vita che si accingeva ad abbandonare.

L’ombra lunga sulla parete non lo diceva, ma Gilda non mi avrebbe più rivisto.

 

PARTE  2

Capitolo 1

Sangue.

Un effluvio di sangue.

Un effluvio di sangue macerato.

Un effluvio di sangue macerato da almeno venti anni.

Non che io ne avessi già avuto la percezione in precedenza, e se anche per caso, chi sa quando, mi fossi altra volta imbattuto in tale sgradevole esalazione, certo non ne avevo associato al lezzo l’origine.

Eppure, compiuti pochi passi oltre il focolare, ho avuta una inspiegabile cognizione di dover seguire quel tenace effluvio di sangue macerato da almeno venti anni.

Attratto come da una calamita, stordito come da un etere, ciondolando come un ubriaco, il capo chino come un cane, le braccia pendule come una scimmia, gli occhi fissi come un ebete, ho raggiunto la scala di comunicazione tra il piano terra e gli ambienti sottostanti: cantina, dispensa, lavanderia, chiesa.

Esatto, un ambiente consacrato, ove, almeno due volte l’anno fin quando la Signora Aurora fu in vita, un sacerdote, con barba bianca e tanta voglia delle golosità alcoliche disponibili in casa, diceva messa alla presenza delle famiglie di tutti i domestici al completo (me compreso).

Per la verità, se non altro nelle ultime occasioni in cui fui presente, più che seguire il rito proposto dall’officiante, la mia attenzione divagava tra le futilità proposte dalle situazioni contingenti e le movenze di Gilda, che ogni anno di più sentivo appartenermi interamente.

Ignazio, molto meglio di me, sapeva fingere di aver fede e di pregare.
Mia madre avrebbe voluto accelerare la liturgia, ad esempio eliminando la bevuta del sangue che invece rappresentava il pezzo forte di Petrus, per riprendere i lavori domestici.

La Signora svestiva i panni di Donna Guascone, solo in quelle occasioni, e poggiava le dita alle tempie quasi a dotarsi di un paraocchi che ampliasse la sua concentrazione verso l’altare, nell’attesa di essere liberata, mediante il gesto della croce, dai peccati di cui si era pentita in confessione.

Tutti gli altri, comparse, vestiti sempre con gli stessi abiti della festa, ripetevano sempre le stesse scene, alzandosi, inginocchiandosi, e cantando e pregando sempre con gli stessi toni di voce, ogni volta che l’uomo sull’altare, Petrus, ne dava l’imput.

L’altare, un marmo bianco lungo non meno di tre metri e largo circa due metri, poggiava solo sui tre lati frontali sagomati utilizzando mattoni ricavati squadrando pietre verdi presenti in una località  chiamata Cavallaro.

Al suo centro era stata scalpellata un’ampia buca rotonda come un’ostia, nella quale la Signora Aurora, ad ogni cerimonia, voleva fosse collocato un contenitore di tela anch’essa bianca ripieno di sabbia raccolta durante la notte precedente lungo la marina antistante il vecchio cimitero di Sant’Anna a Cartaromana.

Appena Petrus raggiungeva l’altare, in essa, cioè nella sabbia depositata nella buca a forma di ostia, lei, e solo lei, la Signora Aurora, conficcava un pesante crocifisso di ferro lavorato a mano che mi colpiva per aver le quattro sporgenze tutte a forma di punta.

Potevo comprendere che ne fosse provvisto il lato lungo, dovendo penetrare nella sabbia per reggerne il peso, ma non riuscivo a dare una spiegazione agli altri aculei, anche perché la sagoma umana non era rappresentata né inchiodata né adagiata alla croce, bensì proprio le sue fattezze costituivano la geometria del simbolo, e quindi i suoi piedi – accavallati -, le sue braccia – distese -, la sua testa – eretta -, terminavano tutti in una struttura volutamente appuntita, forse per apparire come emblematici elementi  indicanti pungoli morali e spirituali.

Discesa, non so come, la scala, fiancheggiata la dispensa e la cantina, mi sono avvicinato all’altare, e forse inciampando, forse per una perdita di equilibrio, forse per una ulteriore mancanza di forze, mi sono trovato inginocchiato con le mani aggrappate al bordo di marmo consacrato.

Mancava il crocefisso.

Ho chiuso gli occhi, ho stretto i pugni per non piangere, ho espresso un desiderio, un’esigenza, una ragione di vita: “CAPIRE”.

“Perché Gilda, la vita mia, la figlia di Aurora, il mio amore, la verità, la parte giusta della mia umanità, perché Gilda, la mia croce, la mia delizia, perché Gilda, la mia anima, la mia poesia…

tutto passato, tutto finito, tutto passato, tutto finito con un addio incomprensibile, ingiusto, immeritato, immotivato, venti anni fa”.

Neppure avevo terminata la frase ed ho udito, o forse solo sentito nella mia mente, chiaramente, la voce inconfondibile di Aurora rimbalzare da una parete all’altra, dal soffitto al piano di calpestio, passando e ripassando davanti e dietro la mia testa, roteando, ondeggiando, oscillando, esatto oscillando, l’ho sentita ripetere tre, cento, mille volte: “Ancora pochi passi e la metempsicosi spirituale che intendevi costruire tra il tuo passato ed il tuo futuro sarà completata”.

E’ stato come il vento forte che anticipi l’arrivo del temporale mentre si è intenti, fermi sul lembo estremo della scogliera, ad ammirare il sole scomparire oltre un orizzonte sempre ambito e mai raggiunto.

Che fare?

Restare ad accogliere la nuova dimostrazione di forza della natura, con il corpo passivo e la mente eccitata?

Cercare riparo tornando, correndo, fuggendo?

Andare incontro alla tempesta, a braccia aperte, sforzandosi d’individuarne la provenienza scrutando i primi barlumi di lampi oltre le nubi squarciate dagli ultimi raggi rossi?

Mia madre ci portava laggiù, sotto l’altare, in fondo alla botola segreta, nel tugurio utilizzato un tempo quale ricovero dai bombardamenti ed  occasionale rifugio per combattenti della resistenza anti nazista.

Mia madre portava laggiù me e Ignazio durante la guerra, lasciandoci soli per non sottrarci spazio.

Una tomba.

Limitata in alto dal sacco di sabbia contenete la croce, di poco più alta di una tomba e di essa poco più spaziosa, la grotta tugurio riusciva ad accogliere al massimo due adulti in posizione distesa.

Finita la guerra, passato il pericolo nazista, solo Ignazio ed io conservavamo il ricordo di quei giorni e di quel luogo, rivisitandolo di tanto in tanto per fumare le prime sigarette proibite.

“Appena posso, partirò per diventare un nuovo partigiano, un vero combattente – mi disse Ignazio nell’ultima occasione della nostra discesa -, e se dovrò fuggire, verrò a nascondermi qui.”

Raccolse una vecchia coperta… una pentola di stagno… dei tronchetti di legno…  una corda… una bottiglietta d’olio, ed altri oggetti che immaginava potessero essergli utili in una tale eventualità e stipò tutto, ordinatamente, nell’angolo in fondo alla grotta.

Intanto che in me si sono accavallati simili ricordi, la voce di Aurora non ha smesso di ripetere ossessivamente , senza tregua “Ancora pochi passi e la  metempsicosi spirituale che intendevi costruire tra il tuo passato ed il tuo futuro sarà completata”, ed io ho caricato nel mio cervello l’ultimo brandello di coraggio, muovendomi carponi verso il retro dell’altare.

Gli ultimi passi sono i più faticosi, l’ultimo boccone è il più indigesto, l’ultima speranza è la più dolorosa.

Uno scheletro in posizione prona.

Trafitto alle spalle da un crocifisso.

Il crocifisso della Signora Aurora, di ferro lavorato a mano, penetrato attraverso uno squarcio nel telo bianco che reggeva la sabbia nella buca a forma d’ostia al centro del marmo.

Ho fatto appena in tempo a leggere il nome sulla piastrina di riconoscimento legata alla catena che avevamo avuto in regalo il giorno della prima comunione, Ignazio ed io, e non so ancora se sono morto durante tutto il tempo seguente in cui ho sognato.

 

Capitolo 2

Ora non mi chiedo quanto può valere determinare la matrice della mia perdita di coscienza, né tanto meno mi pare a questo punto determinante dare la corretta interpretazione scientifica della mia assenza da me stesso, in quanto sarà certamente più utile, affinché io passa prendere le decisioni opportune, che sforzi la mia memoria, nella faticosa opera necessaria ad inanellate le scene ed i dialoghi secondo il loro corretto sviluppo.

Forse, scrivendo, ometterò qualche particolare connesso a questa ricostruzione delle vicende relative a quel giorno della mia vita che mi sono apparse, come ho già detto, non so bene se in sonno o nel corso di un momento della mia morte.

Ebbene, accanto al cadavere scheletrito, un filaccio di corda, quantunque annodato, era stato tranciato utilizzando la punta formata da una mano della sagoma umana rappresentata sul crocefisso.

Poco distante, un foglio di giornale ingiallito, scritto in inglese, presentava la foto di un mercenario ricercato per aver ucciso un suo superiore di grado che l’aveva colto mentre smerciava sostanze stupefacenti.

Una coperta in parte arrotolata, con evidenti segni di essere stata, tempo addietro, intrisa di un liquido scuro, inondava il maleodorante olezzo dal quale ero stato attratto come da una calamita, stordito come da un etere, reso ciondolante come un ubriaco, il capo chino come un cane, le braccia pendule come una scimmia, gli occhi fissi come un ebete, prima che raggiungessi la scala di comunicazione tra il piano terra e gli ambienti sottostanti: cantina, dispensa, lavanderia, chiesa, tugurio.

Sangue.

Un effluvio di sangue.

Un effluvio di sangue macerato.

Un effluvio di sangue macerato da almeno venti anni.

Una pentola di stagno con residui secchi di olio, adagiata su alcuni rinsecchiti tronchetti di legno – come uno schermo – tratteneva immagini catturate durante il loro antico passaggio – come uno scrigno di nature incorporee -, per riprodurle ai miei sensi inariditi, al mio sguardo stupito, alla mia razionalità incredula, alla mia mente eretica – secondo un processo di trasmigrazione delle anime, una metempsicosi.

Ecco.

Un uomo, approfittando del buio, s’introduce nella cascina.

Nascondendosi come un legionario, coglie alle spalle l’unica persona, una donna poco più che ragazzina, presente nella casa.

Le pone una mano sugli occhi, le sussurra un nome all’orecchio, le bacia il collo teneramente.

Lei riconosce la voce.

Lei riconosce le mani.

Lei riconosce l’amore.

Lei sospira felice.

L’uomo le cinge la vita con un braccio – come un soldato di ventura -, la solleva dolcemente – come un amante -, continua a sussurrarle parole – come un traditore.

Giunti, insieme abbracciarti, accanto all’altare, le dice “Sposami”, lei risponde “Sì”.

E allora le bacia le labbra.

Un bacio breve.

Interrotto.

Non è sentimento, non è tormento, non è passione, non è amore, non è… lui non è.

Per lei è stupore, terrore, angoscia… per lei è impotenza.

Immaginava di vivere la favola con l’arrivo del suo principe azzurro, nel ricordo di quand’era bambina.

“Tu non sei lui. Lasciami”.

“Non potrai sfuggirmi. Arrenditi”.

“Lasciami, bastardo”.

E allora la bacia con violenza.

Sulla bocca trattenendole la testa – come una bambola di pezza -, sul collo comprimendole le guance – come il morso per una cavalla-, sul seno acerbo – strappandole stoffe e bottoni.

“Lasciami bastardo. Vigliacco bastardo”.

E allora la getta per terra – come un sacco di roba vecchia -, le blocca le gambe – come un lottatore di judo -, le lega i polsi – come uno stupratore -.

“Lasciami bastardo. Vigliacco bastardo, Non farlo”.

Tutta nuda, le mani legate, le gambe divaricate a forza, la testa schiacciata con vigore su una vecchia coperta, gli occhi del lupo appena sopra la faccia, l’alito caldo della violenza sul suo respiro affannoso e ansante, le mani assassine sui seni sui fianchi sulle cosce sui seni sui fianchi sulle cosce sui seni sui fianchi sulle cosce… e piange.

“Ti prego lasciami”.
Non basta un fuscello a fermare una valanga.

Non basta una nota d’arpa ad ingentilire un colpo di grancassa.

Non basta una preghiera a convincere il fato.

Non basta, non basta, non basta mai credere per giovarsi della verità.

Bisogna CAPIRE.

L’uomo dai tratti simili ai miei e dalla voce simile alla mia si toglie la camicia, si abbassa i jeans, schiaccia il suo corpo rude sulla bella pelle candida, ormai pronto a gettare il suo estremo abuso contro la serena fanciullezza, il suo vigore vigliacco contro l’ingenua tenerezza, il suo sesso straziato da mille bagasce puttane fin dentro la purezza dell’innocenza.

“Se lo fai ti uccido”.

Lo fece. Certo, lo fece.

Ora io so bene cosa accadde, conosco la verità.

Infatti, le ombre impresse nel tugurio-tomba non hanno più interrotto l’infinito vagare tra le tenebre delle loro dimensioni esistenziali, inanellando le scene ed i dialoghi secondo il loro corretto sviluppo.

Ora io possiedo la chiave di ferro, la cui riconsegna al Notaio nelle prossime ore, se lo farò, provocherà l’immediata demolizione della casa, della chiesa, del tugurio dello scheletro… della storia, e detengo anche «Una chiave, ideale, idonea a che si apra – il Notaio disse – la corretta lettura per una parte ignota della sua vita: la parola “CAPIRE”.» «Una parte ignota della mia vita?» «Appunto».

Le ho utilizzate entrambe, spingendomi molto al di là dei miei limiti, posso dirlo ormai, fisici e spirituali.

Lo scrigno di nature incorporee ha composto, forse per me solo, le azioni finali del dramma, anzi della tragedia vissuta venti anni prima su una coperta parzialmente arrotolata.

Ora io so bene cosa accadde, conosco la verità, e quel che più conta ho CAPITO, ma, poiché ora io so altrettanto bene cosa farò, quali saranno le mie scelte immediate, e quali quelle future, aggiungo il mio personale finale a questo manoscritto, prima di seppellirlo per sempre accanto al cadavere, e di avviarmi a riconsegnare la chiave di ferro.

L’altra, quella ideale, mi sarà ancora d’aiuto.

Riprendo da:
”Se lo fai ti uccido”.

Lo fece. Certo, lo fece.

Per tutto il tempo che volle.

Sollazzando il suo barbaro istinto sul corpo, nel corpo, e nella mente e nella vita di una donna, poco più che fanciulla, ormai immobile più che una morta.

“Madre… aiutami.”

Lo fece. Certo lo fece.

“Madre… aiutami.”

Per tutto il tempo che volle, fino a sentire prepotente il getto di liquido caldo uscirgli dai coglioni e schizzare attraverso il pene ben oltre le labbra aperte dallo stupro senza fine.

Nella pancia, nell’utero.

E come un toro quando tenta di sollevare la muleta, l’uomo dell’inganno, il peccato del mondo, la violenza, l’arroganza, il mercenario dalle grinfie avide, il mago truffatore, il maledetto, Ignazio di Frigoria, nel preciso momento dell’orgasmo, per la tensione della eiaculazione, alzò la testa, cozzando contro il telo bianco che sosteneva la sabbia sull’altare.

“Madre… aiutami.”

Lo fece. Certo che lo fece.

Fin quando. al limite dell’eccitazione, alzando la testa come un toro nell’arena, cozzò contro il telo bianco che sosteneva il simbolo del martirio e del sacrificio, procurando, con la lacerazione della stoffa, lo schianto in verticale del corposo crocefisso di ferro forgiato a mano.

Tra la sua spalla e la sua testa.

Sulla giugulare.

La punta formata dai piedi in croce, gli penetrò violentemente nella carne – come lui stava ancora facendo -, lacerò la sua vena gonfia di sangue – come lui aveva fatto -, l’uccise – come lui fece -.

Ora, io so bene cosa farò.

E Gilda, vedendomi. saprà CAPIRE.

Guido Arbonelli e Natalia Benedetti

Guido Arbonelli e Natalia Benedetti

Presentazione del brano musicale “GIROTONDO DI EMOZIONI”

Il testo e la musica sono di Guido Arbonelli.


Anche l’improvvisazione al clarinetto è dello stesso Arbonelli, che svolge attività didattica al Conservatorio di Firenze e concerti come clarinettista.
La VOCE è della Prof.ssa Natalia Benedetti,

vocalist solo per questa occasione perché anch’ella svolge attività di clarinettista e docente.

Guido Arbonelli e Natalia Benedetti

hanno svolto attività concertistica a Ischia fin dagli anni ’80, invitati spesso dal compianto M° Vincenzo Sena.
Inoltre, i due musicisti hanno svolto spesso attività di docenza in masterclasses nei vari comuni dell’isola d’Ischia.
Di conseguenza, l’ISOLA, con il suo sole e calore, mare e amore (come recita il testo della canzone) è da sempre rimasto nel cuore del DUO.
Per non parlare dei numerosi amici ischitani e napoletani che negli anni, hanno accompagnato le loro performances.

L’idea della canzone nasce quando, in internet, viene visionato il premio letterario

Otto milioni” organizzato dall’Associazione culturale

Da Ischia L’Arte – DILA” della quale è presidente

Bruno Mancini.

Non solo concorso ma una serie di attività culturali che hanno attratto i due musicisti.
Nella canzone non poteva mancare un’introduzione “calma e nostalgicamente felice” con un’improvvisazione del clarinetto.
Poi lo strumento accompagna la voce, sempre ritmicamente melodica nei suoi temi che richiamano tutte le sensazioni che Ischia dona al visitatore.
Nella parte centrale si decide per un breve RAP (solo parlato) al fine di dare più incisività alla ritmica della canzone per poi mescolare il tutto con lo strumento che svisa in modo jazzistico e la voce che regala… UN GIROTONDO DI EMOZIONI realmente vissute.

Guido Arbonelli e Natalia Benedetti

Guido Arbonelli e Natalia Benedetti

Bruno Mancini, Guido Arbonelli e Antonio Mencarini nell'aula magna della SIAM di Milano in occasione dell'evento DILA inserito nel calendario Bookcity 2016
Bruno Mancini, Guido Arbonelli e Antonio Mencarini nell’aula magna della SIAM di Milano in occasione dell’evento DILA inserito nel calendario Bookcity 2016

16/10/2016 Teleischia – 41 Mancineide monografia Guido Arbonelli 01 Video Bruno Mancini

Mancineide 21 Ottobre 2016 Video Bruno Mancini

Mancineide 20 Ottobre 2016 Video Bruno Mancini

http://www.emmegiischia.com/wordpress/mancineide-17-ottobre-2016/

Mancineide 14 Ottobre 2016 Video Bruno Mancini

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Mancineide 29 Settembre 2016

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Poesie tratte da varie antologie

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Video con opere di Patrizia Canola

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La porta aperta dal vento – Musica di Roberto Prandin – Testo di Liga Sarah Lapinska – Traduzione di Bruno Mancini – Immagini di Patrizia Canola. Video ideato e prodotto da Bruno Mancini – slow

La porta, aperta dal vento Roberto Prandin Liga Sarah Lapinska Bruno Mancini Patrizia Canola fast


Tra eutanasia e ghigliottina Roberto Prandin Bruno Mancini Patrizia Canola

Tra Eutanasia e Ghigliottina Roberto Prandin Bruno Mancini Patrizia Canola

E sento jastemma ‘o cielo Roberto Prandin Bruno Mancini Patrizia Canola Luciano Somma fast

Ischia: la cascata di acqua marina, o quasi!

Ischia: la cascata di acqua marina, o quasi!

Per la serie Esopo news

Ischia: la cascata di acqua marina, o quasi!

Qualcuno dice che solo gli Enti pubblici possono scaricare nel mare liquidi depurati.
Qualcuno dice che sotto costa non sono permesse immissioni di nessun tipo di rifiuti.
Qualcuno dice che a mare non si può versare nulla senza una specifica depurazione.
Qualcuno dice che i materiali di risulta dei cantieri edili devono essere trattati in modo speciale.
Qualcuno dice che sul suolo pubblico non si può gettare neppure un mozzicone di sigaretta.
Qualcuno dice che le spiagge sono un patrimonio inestimabile per le comunità turistiche.
Qualcuno dice che i cantieri edili sono sottoposti alla vigilanza di Direttori di lavoro ed organi di controllo comunale, provinciale, regionale, statale, europeo ecc. ecc

Ad Ischia, pur girandola tutta, non era mai stato possibile imbattersi in una “cascata” neppure di pochi metri d’altezza e di poche gocce d’acqua sorgiva… fino ad ora!
Parcheggio Siena 20170317 (4)Parcheggio Siena 20170317 (3)Parcheggio Siena 20170317 (1) Parcheggio Siena 20170317 (2) Parcheggio Siena 20170317 (5) Parcheggio Siena 20170317 (6) Parcheggio Siena 20170317 (7) Parcheggio Siena 20170317 (8) Parcheggio Siena 20170317 (9) Ischia: la cascata di acqua marina, o quasi! Qualcuno dice che solo gli Enti pubblici possono scaricare nel mare liquidi depurati.

Parcheggio Siena cascata

La danza delle benne

Scempio & pericoli INSETTARIO Ischia

Bracconiere marino – Ischia 18 Marzo 2017

Cesare Di Scala scrive che…

Premio Cane di piombo

Bracconieri marini 16 Aprile 2016

Museo ischitano

Ridicolo concetto

Cemento sulla scogliera

I CESSI della città d’Ischia

Quando Berta filava

Una salus victis, nullam sperare salutem

Arrestato Sindaco Ischia Giosi Ferrandino

Amedeo Romano intervista Bruno Mancini

Ancora Scempi ad Ischia

Il ciclamino attonito

“Perversioni” nella pineta

Siringhe immortali – immortalate

La siringa abbandonata

Continua la distruzione

Coniglio morto pineta Mirtina

Ancora un cane morto su spiaggia Ischia

Spiagge “inondate” di meduse in pieno inverno

Alberi distrutti

Siringhe infette: la denuncia di Gennaro Savio

Le siringhe infette, bambini scomparsi

I funghi velenosi spariscono, le siringhe infette restano

Ancora siringhe infette – Carabinieri nella pineta Mirtina?

Siringhe infette – Un cercatore di funghi velenosi.

Siringhe buttate tra le paperelle

Siringhe come funghi nella pineta Mirtina di Ischia

Carcassa di cane morto su spiaggia Punta Molino

Siringhe infette in pineta Mirtina

Scempi spiagge Ischia Natale 2014 – Foto gruppo 1

Scempi spiagge Ischia Natale 2014 – Foto gruppo 2

Scempi spiagge Ischia Natale 2014 – Foto gruppo 3

Scempi spiagge Ischia Natale 2014 – Foto gruppo 4

Scempi spiagge Ischia Natale 2014 – Foto gruppo 5

Scempi alberi pinete Ischia – Foto gruppo 1 

Scempi alberi pinete Ischia – Foto gruppo 2

Gli scempi ischitani continuano e le vergogne non mancano!

Nel mare d’Ischia, peggio che nel far west dei pistoleri e degli sceriffi.

Meglio uno sceriffo con una stella di latta sul petto

Guardia Costiera Ischia: “Ogni scorfano è bello per sua madre”

Topicida nelle aiuole

Spiaggia Maronti

ENEL 1  Ischia

Spiaggia San Pietro – Ischia

Scempi Dicembre 2010

FOTO scempi Maronti 2009

FOTO scempi Maronti 2010

FOTO scempi Maronti 2011

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Scempi

 

Chiese e operai a rischio

Chiese e operai a rischio

Per la serie Esopo news: 

Chiese e operai a rischio è un binomio per niente accettabile

Forse (ma non da Esopo) è condivisibile il concetto che le Chiese, luoghi di culto e di meditazione, per ottenere i migliori risultati nella cura delle anime debbano avere requisiti strutturali di notevole impatto estetico e d’infinita maestosità suggestione.

Certamente non è condivisibile l’operato di chi, per raggiungere il risultato della salvezza delle altrui anime attraverso la decorazione del luogo di culto e di meditazione, consenta che gli operai incaricati di svolgere i relativi lavori edilizi corrano seri rischi per l’incolumità dalla loro stessa struttura fisica.

Ischia, Marzo 2017: video e foto relativi ai lavori di ristrutturazione della Chiesa di Sant’Antonio.

Operai lavoro chiesa sant'antonio (1) Operai lavoro chiesa sant'antonio (2) Operai lavoro chiesa sant'antonio (3) Chiese e operai a rischio Operai lavoro chiesa sant'antonio (5)

Operai lavoro chiesa Sant’Antonio